È buio. Fa freddo. Sono in cammino per Machu Picchu, marcio lungo le rotaie. All’improvviso, sento un rombo. Vedo delle luci in lontananza. È il treno. Ma come, a quest’ora? Ai lati il passaggio è bloccato, e non so che fare. Me lo vedo già addosso. Potrebbero essere gli ultimi momenti prima di una fine terribile. E come ci insegnano i film, la mia vita mi è passata davanti. O perlomeno, gli ultimi mesi passati in Bolivia.
Primo ricordo.
Ho visto un cane monaco. Fra Carmelo. Sono arrivata al monastero di San Francesco, Cochabamba, e ho chiesto di lui. Attenda qui un attimo, gentilmente. Certo che aspetto, per sua santità canina questo e altro. Ovviamente era uno di quei cagnolini eleganti che hanno naturalmente sopracciglioni e barbetta. Dio, che grazia. Non so se ha fatto i voti di castità ma credo che andrà diretto in paradiso. Ha l’alito che sa di Eden perduto. Gli ho portato dei bastoncini per i denti, dei biscottini e una latta di carne in scatola. Ha scodinzolato per quest’ultima e quindi gliel’ho aperta. Ho avuto l’onore di imboccare il beato a quattro zampe con le mie stesse mani, e mi sono persino tagliata nel servizievole atto. Credo che si sentissero così i martiri cristiani nel vedere il loro sangue scorrere per una buona causa. Un cherubino peloso. Una bestiolina trascendentale. Lo immagino così il mio angelo custode.
Secondo ricordo.
Dopo un lungo e selvaggio cammino, all’improvviso scorgo il mare tra la fitta vegetazione. Uscendo dalla foresta, finalmente mi tolgo gli scarponi e i miei piedi affondano nella sabbia tiepida. Mi siedo e gusto il mio primo cocco con cannuccia nella mia prima estate dicembrina, su una spiaggia di un’isola brasiliana. Ad un tratto, però, mi accorgo che degli insettini mi pungono su tutti i piedi. Che fastidio, ma io non uso repellenti. Lasciano goccioline di sangue sulla pelle, curioso. Ma passerà . Oh, si sta gonfiando. Mi gratterò giusto un po’e poi mi fermerò. Risultato? Due piedi così gonfi e brutti che non mi entravano più nemmeno le scarpe. Io che cammino scalza per Rio con i bambini che mi indicano e le mamme che mi rimproverano ma mi guardano male pure loro. Io in ginocchio dinanzi al Cristo Redentore pregando per un miracolo. La visita è diventata un pellegrinaggio. Avrà interceduto la misericordia divina, o la sacra crema della farmacia, ma effettivamente son guarita.
Terzo ricordo.
Rituale Andino. Una donna ci fa una benedizione tradizionale. Sul tavolo c’è un armadillo imbalsamato, un crocifisso, delle foglie di coca, una boccetta d’alcol puro, delle formine colorate, dello spago, grasso di lama, monete e una noce. Ci chiede di soffiare sull’intruglio, poi porta gli occhi indietro e inizia a parlare quechua per comunicare con la Pacha Mama, la Madre Terra, affinché ci protegga e ci porti buona fortuna. Poi, dà fuoco a tutto. Mentre osserviamo tra il perplesso e l’incantato il barbecue spirituale, ci chiede se vogliamo che squarti un porcellino d’India per curarci da qualsiasi male fisico, mentale o socio-economico del quale potremmo essere affette. Ringraziamo sorridendo e ci allontaniamo. Con noi resta un denso odore di fumo e una vaga sensazione che sì, in fondo, tutto andrà bene.
Allora ritorno alla realtà .
Potrei continuare a rimembrare ogni strano aneddoto accadutomi su questo continente ma il treno fischia come un dannato, e le ruote fanno un casino della Madonna e non ce l’ha mica il tempo di frenare, lo sento, i suoi fanali mi abbagliano come fossi un cerbiatto in autostrada. Allora gli corro incontro a tutta velocità . Non per buttarmi nelle braccia della morte, ma per cercare salvezza. Mi butto sulla destra appena si libera un varco ed esco dai binari.
Dannazione.
Aspettavo di andare in India per una banalissima riscoperta religiosa. Ma perché il Sud America dev’essere così pazzesco?
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